tratto da

Legalità attiva. Pensiero e azione.

Un viaggio a tappe all’interno del concetto di legalità in compagnia del pensiero di studiosi e filosofi di ogni tempo e con uno sguardo attento e critico rivolto all’attualità, per comprendere il valore della legalità e farsene portavoce. In alcun tappe, a cominciare dalla prima, privilegeremo la riflessione astratta, in altre verificheremo, con casi pratici e di attualità, in che misura e fino a che punto possiamo dire di vivere in un sistema che faccia della legalità un suo valore fondativo e condiviso.

Capitolo I

La legalità

Se consultiamo l’Enciclopedia Treccani online, osserviamo che al termine “legalità” vengono attribuiti due significati:

  1. l’essere conforme alla legge e a quanto è da questa prescritto: l. di un atto, di un provvedimento, dei mezzi adoperati, di una convocazione; riconoscere, confutare la l. di un’azione,
  2. situazione conforme alle leggi: rimanere, rientrare nella l., nei limiti prescritti o consentiti dall’ordinamento giuridico; analogam., uscire dalla legalità.

Nel linguaggio corrente, dunque, la legalità è anzitutto un attributo proprio di un atto o di un’azione, indipendentemente dalle sue connotazioni strettamente giuridiche.

Sono legali un atto o un’azione conformi alle leggi.

Le leggi, a loro volta, sono preordinate al perseguimento dell’interesse generale, non riferibile, cioè, a qualcuno in particolare, ma indistintamente al popolo intero, alla cui volontà, le leggi medesime sono da farsi risalire essendo esse proposte e/o votate dai rappresentanti di questo, che siedono in Parlamento. E ciò rimane vero anche quando la legge si occupi di particolari categorie di individui o di enti.

Agire in difformità dalla legge, dunque, è agire contro l’interesse generale che è – o dovrebbe essere – anche l’interesse di ogni singolo o almeno, esserne una componente. Posta in termini astratti, la questione non è più complessa di così.

Perché, allora, le persone spesso pongono in essere comportamenti difformi dal precetto imposto dalla legge? Cosa le spinge a compiere atti illegali, contrari cioè alla legge e dunque all’interesse generale?

Perché si compiono atti illegali

La risposta alla domanda che ci poniamo è per certi versi semplice, ma necessita comunque un preliminare chiarimento.

Abbiamo detto che sono illegali gli atti non conformi alla legge. Tuttavia, i precetti di cui siamo destinatari non sono tutti contenuti esclusivamente nelle leggi, tecnicamente intese, ossia nelle fonti primarie del diritto. Spesso il nostro agire è vincolato al rispetto di norme secondarie (es. i regolamenti) che sono fonti del diritto subordinate alla legge e non sono diretta promanazione del Parlamento, ma di organi del potere esecutivo.

Ovviamente esse non possono essere contrarie alla legge, ma non di rado ampliano o comunque precisano il contenuto precettivo della legge da cui discendono. Inoltre, leggi e regolamenti sono a loro volta oggetto di interpretazioni spesso contenute in circolari esplicative ed attuative, dei cui contenuti pure occorre tenere conto al fine di conformarsi pienamente (almeno formalmente) ai dettami delle norme primarie.

Ecco quindi che il quadro complessivo delle disposizioni che siamo tenuti ad osservare risulta spesso assai più articolato di quello che dovremmo prendere in considerazione se ci occupassimo solo della legge in senso tecnico.

Introdotto questo necessario chiarimento, possiamo ora provare a dare una risposta alla domanda che ci siamo posti.
Le ragioni dei comportamenti illegali osservati credo siano principalmente tre:

a) l’ignoranza della norma;

b) la violazione di precetti contenuti in norme secondarie, ma non anche necessariamente nelle correlate norme primarie;

c) l’idea che l’azione illegale comporti il soddisfacimento di un interesse personale, talora materiale, talora solamente morale, che il perseguimento dell’interesse generale non consente di soddisfare in pari misura o non consente di soddisfare affatto.

Tralasciamo, per ora, le prime due ragioni e concentriamoci invece sull’ultima che ritengo debba comunque essere esaminata per prima perché più rilevante e al tempo stesso, non sufficientemente percepita e/o esaminata dal dibattito pubblico sulla legalità.

Interesse generale vs. interesse personale, materiale e morale.

Un individuo può essere indotto a trasgredire la legge quando l’atto illegale gli procura il soddisfacimento di un interesse personale in misura superiore a quello che gli garantirebbe il rispetto del precetto. Così, ad esempio, chi ruba ritiene di poter soddisfare direttamente e in modo assai più efficace un proprio interesse, quello di possedere beni e denaro, agendo contro la legge, piuttosto che conformandosi ad essa.

Alla base della deliberata trasgressione della legge vi è sempre dunque l’idea che l’azione illegale comporti il soddisfacimento di un interesse personale, talora materiale, talora solamente morale, che il perseguimento dell’interesse generale non consente di soddisfare in pari misura o non consente di soddisfare affatto. Si tratta, a ben vedere, di un’idea tutt’altro che infondata.

Le leggi, al cui rispetto tutti siamo tenuti, infatti, non sempre dettano precetti unanimemente percepiti come capaci di coniugare in modo armonico l’interesse generale a quello personale. Quanto più l’individuo avverte l’interesse generale perseguito dal precetto distante dal proprio interesse personale, tanto più esso sarà indotto a non osservare la legge.

Ad esempio, è verosimile che la stragrande maggioranza degli italiani concordi sul fatto che mandare i figli a scuola costituisca un sacrosanto obbligo genitoriale e che una legge che imponga tale obbligo sia senza dubbio nell’interesse generale. Una altrettanto grande porzione di cittadini è certamente dell’idea che sia lo Stato a doversi fare carico delle spese per l’istruzione dei minori in obbligo scolastico.
Probabilmente, i motivi per cui sia da ritenersi nell’interesse generale sancire l’obbligo scolastico e far gravare il relativo onere economico sullo Stato, non sono gli stessi per tutti i cittadini.

Certo è, che assicurare un buon livello di istruzione medio alla generalità della popolazione contribuisce a sviluppare una comunità nazionale più sana, consapevole, competente e capace, non è solo un problema di equità sociale, non si tratta solo di assicurare a tutti – e dunque ai più facoltosi come ai meno abbienti – l’opportunità di sviluppare le proprie capacità e i propri talenti.
L’interesse è generale: un popolo con un più elevato livello medio di istruzione contribuirà all’accrescimento del benessere di tutti. E l’interesse generale si sposa perfettamente con l’interesse individuale, costituito dal fornire i propri figli di un’adeguata istruzione posta prevalentemente a carico dello Stato.

Cambiamo ora esempio e domandiamoci: un’imposta sui patrimoni è nell’interesse generale?
Non entrerò nel merito della questione, ma mi limito ad osservare che molti, tra quanti non hanno patrimoni tassabili, sarebbero indotti ad affermare che un’imposta sui patrimoni è sicuramente nell’interesse generale, mentre molti, tra quanti, al contrario, dispongono di patrimoni imponibili, sarebbero di avviso opposto. Ho detto molti e non tutti. Taluni, tra coloro che dispongono di patrimoni tassabili, si dichiarerebbero d’accordo con un’imposta patrimoniale: l’interesse generale perseguito da una legge che introducesse un simile tributo sarebbe infatti in accordo con un loro interesse morale, anteposto, nella circostanza, all’interesse materiale.

L’esempio credo valga a dare il senso di ciò che intendo quando parlo di “interesse morale”.
La maggior parte degli individui non valuta una legge sulla base del fatto che essa sia idonea al perseguimento di un interesse generale, ma solo sulla base del fatto che essa sia avvertita come “giusta” o “ingiusta”. Perché mai? Per due ragioni principali, credo. Anzitutto perché domandarsi se una legge persegue un interesse generale, comporta la necessità di (i) identificare con chiarezza l’interesse generale e (ii) verificare se la legge in questione è idonea al perseguimento dello scopo. Un esercizio tutt’altro che agevole e che presenta limiti intrinseci non superabili.

La visione di cosa corrisponda all’interesse generale è infatti a sua volta soggettiva e muta nel tempo.

E’ fatto notorio che anche all’interno di una medesima formazione politica, in un dato tempo, spesso non si crea unanimità assoluta sulla valutazione di un provvedimento legislativo e dunque sulla sua capacità di perseguire un interesse generale. La discordia nasce talora da differenti vedute su cosa debba intendersi, in quel dato momento storico, per interesse generale, altre volte da opinioni divergenti in merito al fatto che quella data legge, di cui si discute la proposizione o l’approvazione, sia effettivamente in grado di perseguire l’interesse generale. Non può dunque sorprendere il fatto che nell’assai più vasto universo di tutta la popolazione di un dato paese l’apprezzamento o l’avversione verso uno o più provvedimenti trovi espressione in mille diverse gradazioni.

In secondo luogo, il comune sentire percepisce la legge come strumento primario di giustizia. Una legge, per essere tale, deve essere “giusta”. Da un punto di vista oggettivo, stabilire sulla base di quali parametri una legge possa definirsi giusta è una faccenda dannatamente complicata, assai più complicata di quella, alternativa, di definire con quali criteri possa dirsi che una legge persegue un interesse generale.

Ma, da un punto di vista invece soggettivo, basare la valutazione di una legge sul suo essere giusta o ingiusta è compito percepito come assai più semplice, perché ognuno è portatore, per educazione e vissuto personali, di una propria idea di “giusto”.
Se una legge è percepita come giusta, essa soddisfa un interesse morale che spesso, anche se non sempre, viene anteposto all’interesse materiale e dunque consente all’individuo di accettarla e di conformarsi ad essa.

Il ruolo della sanzione nella valutazione dell’interesse personale

Abbiamo sinora esaminato due esempi nei quali l’interesse generale si sposa in tutto o in parte con l’interesse personale, materiale o morale. Capita, però, anche che una legge che persegue un interesse generale non si coniughi con interessi personali materiali e nemmeno venga percepita come giusta. In questi casi, la dicotomia tra l’interesse generale e quello personale si fa così profonda e ampia che la tendenza ad agire contro la legge assume connotati di vera e propria irresistibilità.

Eppure, a dispetto di tale evidenza, anche una legge percepita come incapace di soddisfare un interesse personale può continuare ad essere osservata. Perché? Perché entra in gioco un’altra variabile, essa stessa potente: la sanzione. Il timore di subire una sanzione per effetto della trasgressione della legge entra nel calcolo dell’interesse personale (sia materiale che morale).

Restiamo pure in ambito tributario: supponiamo che un individuo sia colpito da un’imposta dallo stesso giudicata vessatoria e dunque ingiusta e supponiamo che la sanzione comminata agli evasori di detta imposta sia particolarmente pesante e comporti l’esposizione al pubblico ludibrio.

A questo punto, l’individuo in questione sarebbe costretto a calcolare con attenzione il suo interesse personale materiale e morale e potrebbe infine rendersi conto che l’elevato rischio di incappare nei rigori della legge fa sì che sia suo interesse personale conformarsi all’odioso precetto.

Ma attenzione: l’introduzione della sanzione nella logica dei pesi contrapposti di interesse generale vs. interesse personale è un espediente pericoloso, anche se apparentemente efficace. Non appena sarà trovato il modo di ridurre significativamente il rischio della sanzione, l’individuo dell’esempio trasgredirà la legge.

Talora, addirittura, la stessa sanzione è fonte di ulteriori azioni contro la legge, circostanza che trova la sua massima espressione paradigmatica nel fenomeno corruttivo. L’individuo dell’esempio potrebbe dunque corrompere il funzionario pubblico titolare del potere di controllo, affinché lo tenga immune da ispezioni suscettibili di rivelare la sua evasione, e la corruzione, come si sa, è un’azione illegale particolarmente velenosa, perché innesca un effetto domino che genera a catena altri inevitabili atti illegali.

Il ruolo del contesto culturale e ambientale

Poiché, come si è visto, l’interesse personale vive di due componenti, una materiale e l’altra morale, dobbiamo ora aggiungere alla nostra riflessione un ulteriore elemento: il contesto culturale e ambientale, che influisce considerevolmente su quello che abbiamo definito interesse morale (così come la sanzione influisce prevalentemente, anche se spesso non esclusivamente, sull’interesse materiale).

Il contesto culturale e ambientale è estremamente importante: ove sia generalmente avvertita maggiore la distanza tra le leggi e l’interesse personale, molto più facilmente osserveremo illegalità diffusa, trasgressione ripetuta della legge, indifferenza ai precetti.

In un tale contesto, anche la minaccia della sanzione sarà depotenziata. Talora si tratta solo, o in prevalenza, di ignoranza diffusa (con ciò ricadremmo nella prima delle cause dell’illegalità citate in avvio e di cui per il momento non ci siamo occupati), ma non di rado la radice di un ambiente incline all’illegalità è da identificarsi non nella semplice ignoranza del precetto, ma in un vero e proprio antagonismo alla legge come espressione dell’autorità dello Stato, ossia come intimo disconoscimento dell’appartenenza alla comunità nazionale di cui la legge costituisce elemento unificatore.

Prime provvisorie conclusioni sul tema

Tirando ora le somme, possiamo affermare, in prima approssimazione, che la tendenza all’illegalità dipende, per una parte assai significativa, dalla distanza percepita tra l’interesse generale e l’interesse personale, e quest’ultimo è condizionato oltre che – evidentemente – dalle considerazioni che ogni individuo formula a riguardo del proprio status, dai profili sanzionatori insiti nella legge e dal contesto culturale e ambientale.

Tanto appurato, cosa è dunque possibile fare per ridurre i margini di diffusione dell’illegalità?

Anzitutto, con estremo realismo, occorre accettare l’idea che le leggi, per quanto buone possano essere, sono per loro natura incapaci di rispettare l’equazione: interesse generale = interesse personale di ognuno.
Non esiste ordinamento in cui questa felicissima, utopica equivalenza possa realizzarsi.

Come conseguenza di tale accettazione, si danno le seguenti possibili linee d’azione:

(i) lavorare per diffondere la cultura della legalità a ogni livello, partendo dalla scuola dell’obbligo, consentendo a tutti di accedere alla consapevolezza delle condizioni date e dunque del fatto che, in un ordinamento ben organizzato, all’interesse generale che le leggi esprimono è necessariamente assegnato primato sull’interesse personale del singolo;

(ii) conservare la sanzione come deterrente, consapevoli che essa non è la soluzione e che dunque deve essere “maneggiata con cura” (sul tema della sanzione tornerò con il necessario livello di approfondimento).

Significa ciò che il comune cittadino, destinatario dei precetti della legge, debba rassegnarsi ad un ruolo passivo?

Non credo. Al contrario, sono persuaso del fatto che debba mantenere un ruolo vigile ed attivo, utilizzando tutti i mezzi che proprio la legge, a partire dalla più importante di tutte, la Costituzione, mette a sua disposizione per far sì che essa sia osservata da tutti, ivi incluso lo Stato (su questo argomento tornerò con il necessario approfondimento), ed applicata correttamente.

Un cittadino consapevole del significato e del valore della legalità è conscio del fatto che non di rado gli accadrà di osservare che la legge è destinata a sacrificare il suo interesse personale a beneficio del superiore interesse generale, ma sa anche valutare quando tale sacrificio è necessario e quando esso si risolva invece in una forma più o meno velata di abuso e saprà dunque agire in ogni circostanza in modo da coniugare l’affermazione dei suoi diritti e dei suoi interessi legittimi con i dettami della legge.