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Donne tra il diritto al lavoro e il diritto alla famiglia

Donne tra il diritto al lavoro e alla famiglia

Donne coraggiose? Si, ne abbiamo!

Questa è una storia di diritto che riguarda le sole donne. Solo le donne, principalmente nel nostro paese, ancora oggi, anno 2016, sono costrette a lottare per affermare il loro diritto al lavoro e ad avere una famiglia e dei figli.Questa è la mail che ho ricevuto da Giuseppina, noi amiche però la chiamiamo Giusy e la sua battaglia contro una banca, ma non per usura…niente perizie, nessun illecito sui conti correnti o sui mutui, ma da sola è in una battaglia per affermare il diritto di noi tutte ad avere un posto di lavoro anche contestualmente al diritto di essere madri e a formare un nucleo famigliare.

Mi piacerebbe pensare ad un trattamento lavorativo addirittura paritetico a quello degli uomini…è chiedere troppo?

La leggo volentieri insieme a voi:

Alcuni incontri non avvengono per caso…ed infatti, poco tempo fa ho inserito in un motore di ricerca la frase “vincere una causa” e come per magia mi è apparso il tuo blog.

Da un anno questo argomento è a me ben noto in quanto porto avanti una causa per discriminazione della maternità contro la banca per cui lavoravo: il Banco di Sardegna (Gruppo BPER). Convinta di poter dire basta alle discriminazioni, nonostante chi da sempre mi dice che non ho speranze di vittoria, combatto questa lotta per me, per i miei figli e per tutte le donne nella mia stessa situazione.

Ma iniziamo dal principio: nel 2008, 10 giorni dopo la mia laurea, sono state aperte le selezioni per scambio generazionale genitori/figli nella banca in cui lavorava mia madre. Molti genitori aderirono all’iniziativa, fra questi mia madre, decisione sofferta la sua, il Banco di Sardegna per lei era tutto, ma fu molto felice di mettersi da parte per me.

Fu tutto velocissimo e in poco tempo mi ritrovai a lavorare in banca e, credimi, ne ero entusiasta.

Nei corsi di “Benvenuto” e di “Presentazione Aziendale per i neo-assunti” ricordo ancora che precisarono che il contratto di Apprendistato veniva stipulato solo per un risparmio iniziale e che sarebbe durato solo 4 anni… peccato che qualcuno più fortunato di me è stato assunto molto prima del termine passando ad un contratto a Tempo Indeterminato. Tra questi , io non c’ero.

Sono sempre stata cordiale e ho sempre lasciato perdere chi, tra i colleghi e i superiori, mi faceva pesare il mio stato di “apprendista”. Spesso mi sono domandata solo, il perché?!. Sono convinta che, con il tempo, si fosse creato qualche pregiudizio di troppo nei miei confronti e le cose sono peggiorate con la mia prima gravidanza nel 2011. Premetto che tutti i circa 200 figli di ex-dipendenti sono stati confermati nel periodo dal 2008 al 2012, ed io ad oggi sono l’unico caso che non ha ottenuto la trasformazione del contratto da Apprendistato a Tempo Indeterminato.
Ancora mi torturo chiedendomi  il perché, cosa ho fatto di tanto grave da meritarmi il licenziamento? L’azienda porta avanti la propria difesa in giudizio dichiarando che per legge potevano non confermarmi, ed è a loro discrezionalità darmi una motivazione.

Comunque nasce la mia bimba e dopo dieci mesi di congedo, sia obbligatorio che parentale e qualche ferie non goduta, che giustamente avevo preso per accudirla nel migliore dei modi e creare quell’imprinting iniziale  necessario per un buon attaccamento, fondamentale per ogni bambino, rientro al lavoro e, poco dopo, ero in attesa del secondo figlio.
Cosciente del  fatto che non dovevo chiedere il permesso a nessuno per rimanere incinta, nel novembre 2012, allo scadere dei 4 anni,  arrivò la mia prima proroga dell’ apprendistato in cui mi fecero sapere che dovevo recuperare ogni singolo giorno di assenza di maternità e malattia. Ne presi atto.

La legge per fortuna tutela la maternità anche degli apprendisti (Dlgs 151 del 26 Marzo 2001)

ed io avevo “osato” prendermi tutto ciò che la legge mi permetteva di prendere per stare con i miei figli.
Considera che in questi 7 anni di apprendistato sono l’unica, credimi l’unica, su 200 apprendisti, ad essere stata spostata in ben 8 uffici diversi con mansioni diverse.

Nel 2008 iniziai in cassa in filiale poi mi spostarono negli uffici di D.G. nel back–office per diversi anni. Ogni volta ero “l’ultima arrivata”, ma io andavo avanti, nonostante la percezione che mi si fosse stato incollato addosso qualche preclusione di troppo forse per le troppe assenze, solo ora lo capisco, sempre positiva, avevo voglia di imparare e dare il meglio di me, di fare esperienza, anche se dopo i congedi non garantivo quotidianamente la mia presenza per cause di forza maggiore, ma quando ero presente mi davo molto da fare, solo che questo lo vedevo solo io e nei “piani alti” temo non sia mai arrivato.

Per legge ogni donna al rientro delle maternità dovrebbe riavere lo stesso posto, la stessa scrivania in cui ha lavorato l’ultima volta, io no, il mio stato lavorativo era un continuo cambiamento, ero sempre indietro rispetto a tutti gli altri figli di ex-dipendenti che intanto salivano di livello e di retribuzione.

Oggi penso che tutto era stato ben pianificato per lasciarmi a casa, tant’è che ricordo l’ultima sede in cui ho lavorato, io ero felice perché dopo tanti anni la banca si era accorta di me e mi diede la possibilità’ di rientrare in filiale e lavorare nuovamente con il pubblico, inoltre mancava poco al mio desiderato contratto a Tempo Indeterminato, ma non dimentico, parallelamente, le parole della mia ultima Direttrice di Filiale la quale mi parlò duramente ben 3 mesi prima dello scadere della mia terza proroga di apprendistato, forse a fin di bene per me, e mi disse di cambiare mestiere e che oramai non mi volevano più in nessun ufficio e che mi avrebbero licenziato.

Ma come, lei già sapeva ed io no? E ha avuto proprio ragione!

Ed infatti il 27 febbraio 2015, mancavano due giorni alla scadenza, ricordo che ero allo sportello e stavo completando un bonifico per un cliente, la direttrice arrivò e mi invitò a seguirla sorridente e anche io lo ero, finalmente avrei firmato, la filiale era piena di persone che da lì a pochi minuti sarebbero stati tutti spettatori della mia disperazione, entrai in ufficio, ad attendermi con una stretta di mano due dirigenti dell’ ufficio delle Risorse Umane, mi sedetti e li guardai con ansia…e mi sembrò di morire quando mi dissero che la mia collaborazione con il Banco di Sardegna si concludeva quello stesso giorno.

Ricordo il mio pianto, non li feci neppure parlare anche perché uno di loro stava iniziando ad elencare strane motivazioni tipo “le assenze”, come? io le avevo recuperate tutte!! …e infatti negli atti giudiziari questo non lo hanno mai dichiarato.
Me ne andai, tremando come una foglia, era tutto così umiliante, soprattutto perché questo colloquio si è svolto nella filiale dove lavoravo e non nella sede degli uffici delle Risorse Umane, tutti mi guardavano clienti e colleghi, qualcosa è andato storto e puoi immaginare quanti giorni mi sono torturata per capire se e dove ho sbagliato.

Ma dove ho sbagliato, quando solo il giorno il 27 novembre 2014 l’Ufficio del Personale della banca mi aveva riempito la testa di grandi aspettative, dicendomi che il Banco di Sardegna puntava molto sui giovani e quindi anche sulla mia figura professionale e proprio in quella occasione mi comunicavano che sarei tornata a lavorare a contatto con il pubblico, ossia in cassa, anche se dentro di me l’avevo preso come l’ennesimo passo indietro visto che non sono stupida e lavoro nel campo da tanto e posso garantirti che la cassa è la prima attività che viene insegnata al momento dell’assunzione.

E ancora dove ho sbagliato, quando nell’ottobre 2014 colpita da una grave crisi della Sindrome Sistematica da Nichel ho provveduto a fare quanto possibile affinché ci fosse tutta la certificazione aggiornata sul mio stato di allergie e di salute in generale mettendomi a totale disposizione anche del Medico del Lavoro della banca che in un colloquio ha recepito di fatto che avrei avuto delle difficoltà a lavorare in cassa con questa patologia, nonostante tutto continuai a lavorare, non tutti i giorni in cassa e neppure nello stesso posto in quanto una postazione tutta mia ancora non mi era stata assegnata quindi mi occupavo nel frattempo come un “Jolly” di tutte le varie postazioni dei colleghi assenti.

E ancora, per volermi ancora più “bene” poco prima del licenziamento la stessa banca, il Banco di Sardegna mi ha concesso un credito di lavoro agevolato per i dipendenti pari a € 30.000.

Ora …che sono senza lavoro puoi immaginarti la mia situazione finanziaria attuale!

Deborah, come puoi notare la mia è una esperienza lavorativa complicata e troppe volte sono stata zitta, ora basta.

Ho amato questo lavoro con tutta me stessa, ma questa esperienza lavorativa mi ha tolto tantissimo, mi ha tolto le certezze sulla mia persona fino a farmi sentire inutile e ora  rivoglio la mia dignità di donna.

Non provo rabbia sono solo molto delusa.

Magari questa esperienza sarà un’esperienza di crescita per entrambe le parti: io devo arginare la mia ingenuità ed imparare a non fidarmi più di tutti, il Banco di Sardegna avrà la possibilità finalmente di capire che il bene dei propri collaboratori è il bene dell’azienda, che siamo persone con un progetto di vita e sogni futuri.

Il mio progetto, lavoro e famiglia e’ andato in frantumi in pochi minuti.

Mi hanno illusa sino all’ultimo, anche quando mi hanno comunicato che avrei dovuto seguire dei corsi di formazione previsti a calendario in Aprile 2015 e (finalmente, ho pensato!) anche quella data mi aveva fatto sperare perché significava che sarei stata assunta definitivamente. Invece no, improvvisamente, venne anticipata la data nel mese di Febbraio, esattamente 15 giorni prima del mio licenziamento.

Non mi volevano più da molto tempo, ma perché? Sono quella che ha “osato” di più? Solo perché sono quella che ogni giorno si è ripetuta che il tempo prezioso e fondamentale con i miei figli non me lo avrebbe restituito più nessuno e mi sono presa quello che per legge è già previsto?

Non mi pento delle scelte fatte in passato e rifarei tutto perché posso tranquillamente dire che ad oggi, grazie a quei congedi dovuti per legge, ho due meravigliosi figli molto sereni e felici.

Nel 2016 è vergognoso che esistano ancora storie del genere, quindi donne parlate, denunciate, non permettete che vi venga tolta la possibilità di diventare mamme!

Purtroppo ancora oggi in molti ambienti di lavoro la parola “maternità” è un problema, considerata ancora un tabù. Ora capisco, e ne ho grandissimo rispetto, tutte quelle donne che forzatamente hanno dovuto rientrare al lavoro per paura di perdere il posto anche soffrendo, sapendo di negare e penalizzare una parte di sé stesse, che avrebbe voluto stare a tutti costi con il proprio bimbo di pochi mesi, e “permettersi il piacere” di goderselo e crescerlo.

Io mi chiedo come fanno molte aziende a non rendersi conto che i bambini sono dei genitori e non un pacco postale da lasciare un po’ ai nonni e un po’ agli zii? Il lavoro è un diritto ma non deve diventare un sopruso allo stesso diritto di essere madri e avere una famiglia.

Se ne parla su tutte le riviste di quanto sia difficile il distacco tra la madre e il bambino e che il bambino ha bisogno del calore dei propri genitori, padre o madre che sia e non di distacchi bruschi, che per loro è comunque, a livello inconscio è un abbandono; un abbandono che gli potrebbe creare dei problemi nella formazione futura.

Quindi mi sono fatta forza e ho voluto tutelarmi giuridicamente e dico a tutte le donne di unirsi, saremmo cosi una grande forza!
Porterò avanti questa causa ad ogni costo finché la salute me lo permetterà, non mollo, chi molla ha già perso in partenza, lo faccio per tutte noi e per la mia famiglia che mi sostiene ogni giorno; che ironia devo dire grazia alla banca se ho un meraviglioso marito, l’ho conosciuto sul posto di lavoro e che ogni giorno continua ad andare a lavorare per l’azienda che mi ha licenziato. Non è stato e non è facile anche per lui.

Grazie per avermi ascoltata Deborah, ho scritto ciò che il cuore mi ha dettato. Sono convinta ancora che l’onestà e la verità prima o poi vincano. Buona giornata. Giuseppina Naimoli.

Donne che lottano!

La battaglia giudiziale di Giusy è ancora nel vivo della vicenda, ma prima di lei un’altra donna, in un altro posto d’Italia a Catanzaro a portato avanti la stessa causa in diritto sulla scorta degli stessi motivi.

Pamela ha lottato e ha sofferto ma alla fine la Corte di Appello di Catanzaro con la Sentenza n.1008/2015 pubblicata il 29/09/2015 – RG n. 659/2015 le ha dato ragione e le ha ridato il suo posto di lavoro e il suo diritto di essere madre.

In bocca al lupo Giusy con tutto il cuore

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11 pensieri su “Donne tra il diritto al lavoro e il diritto alla famiglia

  1. È vergognoso come cerca di giustificare tutte le sue mancanze nascondendosi semplicemente sul fatto di essere donna. Quando ha commesso i fatti dichiara che era semplicemente per cogliere l’occasione, adesso che tutte le malefatte vengono al pettine è colpa della sua presunta discriminazione. Avrebbe fatto bene a farsi da parte da sola quando ha capito che il suo interesse per il lavoro era nullo e a lasciare il posto a una Donna che realmente ne avesse interesse. Le persone come lei distruggono le aziende mandando in rovina milioni di famiglie.

    • Grazie per il suo intervento Mi rendo conto che lei giudica senza conoscermi di persona, addirittura ho la grande ” colpa” di mandare in rovina tante famiglie, mi perdoni non sono d’accordo. Buona giornata

  2. Buon pomeriggio.

    Ho letto ora questo articolo e posso dire che,da donna da lavoratrice prima apprendista e poi confermata e da figlia di donna lavoratrice,quando si è assunte come nel caso della Signora Naimoli avrebbe fatto meglio a fare i figli dopo il contratto di apprendistato/formazione o a metà di esso.

    La “giusta causa” di cui si avvalgono è questa oltre alle varie problematiche di salute (il nichel viene usato in molte leghe,in molti oggetti in uso in un ufficio,diventa difficile trovare una soluzione lavorativa).

    La mia non vuole essere un’accusa nei Suoi confronti,ma una visione esterna dei fatti.

    Già lavorare,per una donna,in questo Paese,è difficoltoso ed avere figli lo fa diventare ancora più pesante.

    Mia madre,che lavorava in fabbrica e di figli ne ha avuti 3 (ed aveva il DIRITTO di stare a casa senza stipendio, per accudirsi i figli fino al 1° anno di età con garanzia del posto tenutole),è andata a lavorare 3 mesi dopo il parto,mandandoci al nido (nessun parente che potesse accudire i figli,né nonni né zii né baby sitter da pagare poco per le ore che dovevano seguirci).

    Ho iniziato dicendoLe di fare i figli dopo perché,per indiretta esperienza,è stata la scelta che hanno fatto molte donne lavoratrici che conosco.

    Hanno aspettato la conclusione del loro contratto di apprendistato/formazione lavoro e hanno usufruito di tutti i giorni che la Legge mette a loro a disposizione,tornando al lavoro 18/24 mesi dopo l’evento,godendosi la loro maternità senza rimpianto alcuno.

    Le auguro,di cuore,di riuscire a spuntarla con la sua causa e Le faccio i miei più sentiti auguri che tutto vada per il meglio.

  3. Beh, che un posto in banca non sia un posto statale si sapeva. Che un contratto di apprendistato abbia un termine legale si sapeva. Che se una si attiene molto ai propri diritti sindacali e poco alla funzionalità del suo incarico lavorativo non verrà confermata, si sapeva. Non resta che farle gli auguri.

  4. “…le selezioni per scambio generazionale genitori/figli” ma vi rendete conto in che paese viviamo?
    Solo in questo paese esiste questa modalità, sono fortemente contraria, quando cambieranno le cose affinché nei posti di lavoro ci sia una selezione bilanciata reale sulle capacità effettive delle persone?
    Mirella

    • Signora lei però si sta concentrando ora su un ” problema” che da sempre esiste in Italia.. nel privato possono fare ciò’ che vogliono io sono stata selezionata per ben due volte fra i tanti figli, con tanto di test e colloqui.E sinceramente vuol mettere che a 10 giorni dalla laurea non cogliessi tale opportunità?La ringrazio a presto.

    • Marinella lei ha colto perfettamente il punto. In questo paese in molte grandi aziende esiste questo fenomeno (Banche, Poste, Ferrovie, Enel, Finmeccanica, Fiat, ecc.). Il padre prossimo al pensionamento, in cambio di parte del suo TFR si accorda con l’azienda per l’assunzione del figliolo. Di questi accordi dobbiamo ringraziare i cari “amici” del sindacato che hanno sempre venduto gli interessi dei lavoratori in cambio del potere. Quindi i sindacati fanno questi accordi con le aziende in cambio ottengono il voto dai lavoratori che a loro volta ottengono il posto per i figlioli. Magari poi questi te li ritrovi pure in piazza o su FB a gridare : “il governo è corrotto” quando loro sono i primi a far parte di un sistema para-mafioso. Infine se non è compravendita di posto di lavoro questa cosa lo è?

      • Grazie Sig.Antonio io ho solo colto un occasione tanto se non ero io era un’altro. buona giornata

  5. Lettera a Presidente della Regione Sardegna.
    Buongiorno Presidente,
    le scrivo per chiederle vivamente di affiancare una sua conterranea che e’ stata vittima di discriminazione maternità. Io ho vissuto la sua stessa situazione ma ho avuto la fortuna di essere spalleggiata da legali, dalla stampa, pari opportunità Regione Calabria e da poco sono stata ospite nella puntata di Porta a Porta con Bruno Vespa.
    Dovete farvi sentire, difendere la causa che avete sposato e non restare indifferenti all’urlo di aiuto Di Giuseppina Naimoli mandata a casa dal Banco di Sardegna, l’ unica mamma non confermata a termine apprendistato.
    Sono certa che la sua associazione non resterà muta, attendo un suo riscontro per scambio numeri telefono ed incontro di persona.
    Grazie
    Pamela